- Mediamente, quanti concerti suonate nell'arco di un anno?
Una trentina
- In quali contesti suonate prevalentemente?
Suoniamo molto nelle piazze, all'interno di feste e festival. Abbiamo
suonato molto anche nei teatri scegliendo un repetorio un po' più
pacato.
- Come considerate l'attuale sorta di "revival" delle
musiche della tradizione (popolari, etniche…) che sta interessando
il nostro paese?
Il "REVIVAL" delle musiche della tradizione è, secondo
noi, molto positivo. Si muove ancora su canali alternativi e secondari,
ma può darsi che sia meglio così. Un aspetto che continua
a stupirci e a coinvolgerci è la trasversalità generazionale
e socio-culturale: ai nostri concerti vediamo ballare bambini piccolissimi
e ultraottantenni, turisti giapponesi insieme a giovani maghrebini.
- Credete esista un rapporto fra le musiche "popolari"
suonate oggi e la gente, i territori, il vivere quotidiano?
Noi siamo tutti residenti a Firenze, ma per lo più suoniamo una
musica che affonda le sue radici in culture che non coincidono perfettamente
con la nostre; anche chi tra di noi ha origini meridionali è
passato attraverso esperienze muisicali anche molto distanti dalla musica
dei Bizantina. Per questo motivo, riproporre una tradizione in modo
filologico ci è sempre parso fuori luogo, non perché non
riteniamo artisticamente valida un'operazione di questo tipo, ma perché
crediamo di non essere le persone più adatte a compierla. Per
chi come noi vive nel contesto culturale di una grande città,
l'unica strada percorribile è quindi quella della contaminazione,
nonostante questa venga accolta con una certa diffidenza in alcune zone
del Sud Italia: ma a nostro parere ciò non implica una antagonismo
con l'atteggiamento filologico, ma piuttosto complementarità.
Contaminare significa per noi vivificare, attualizzare, modellare la
tradizione sulla base del proprio sentire, che sarà necessariamente
diverso da quello di un contadino di un secolo fa. Pensiamo alla tradizione
musicale di alcuni paesi latino-americani: vengono usate scale che la
musica spagnola aveva mutuato da quella araba nel medioevo e successivamente
esportato nelle sue colonie. Quelle scale e quelle melodie si fondono
in alcuni casi con elementi ritmici appartenenti alla tradizione nera,
importata dall'Africa, oppure derivanti dalla tradizione andina: quindi
le tradizioni di quattro continenti diversi risultano coagulate in una
cultura musicale nuova, dotata di una sua specifica fisionomia e tuttora
carica di grandissima vitalità.
L'importante è che questa operazione id contaminazione venga
fatta con coscienza, non come semplice giustapposizione di elementi
eterogenei, ma puntando quanto più possibile a una sintesi di
linguaggi diversi.
- Ritenete che queste musiche debbano necessariamente averlo?
Pensiamo si importante mantenere un legame stretto con quelle emozioni,
contraddizioni e difficoltà del vivere quotidiano con cui l'arte
popolare si è sempre confrontata, mettendo in evidenza quanto
molti dei messaggi veicolati dai testi e dalla musica popolare mantengano
intatta la propria attualità.
- È conciliabile, secondo voi, l'"attrazione fatale"
verso il localismo (quale urgenza di riappropriarsi della propria storia,
della cultura, dell'identità), espressa dichiaratamente da certa
proposizione di musiche tradizionali, e le prospettive "globalistiche,
"multiculturali" di quest'epoca che, giustificando la ragion
d'essere della cosiddetta "world music", riducono spesso la
musica null'altro che a un "nonluogo" nel mare magnum del
Mercato?
Discutiamo spesso su questo punto all'interno del gruppo: alcuni di
noi, che hanno un contatto più diretto con la tradizione, avvertono
questa attrazione con maggior forza, mentre altri pensano più
ad una musica di un'etnia immaginaria (non certo un "non luogo").
Dopo lunghe negoziazioni e confronti, a volte anche duri, abbiamo costruito
una cornice all'interno della quale convivono le varie anime che compongono
il gruppo convivono, cercando non solo di influenzarsi, ma anche di
valorizzarsi reciprocamente.